Perché la caccia va disciplinata e non abolita 

di Carlo Fratta Pasini (cacciatore)

La discussione del disegno di legge sulla riforma della legge 157 del 1992 , la cosiddetta legge quadro sulla caccia , ha favorito il fiorire sulla stampa di prese di posizione abolizioniste nei confronti dell’attività venatoria non solo dal mondo c.d.” animalista ” ,ma anche da altri settori della pubblica opinione e della cultura.

Secondo questi ultimi, la caccia avrebbe esaurito sia il ruolo antropologico di “ approvvigionamento proteico”della nostra specie, oggi assicurato da agricoltura e zootecnia, sia quello ludico , legato a tradizioni e stili di vita dell’aristocrazia, o, all’altro estremo della scala sociale, delle popolazioni più rustiche/rurali. Trattandosi di un’ attività divenuta ormai “ incomprensibile” per i più, essa andrebbe semplicemente soppressa.

Il tema è a mio avviso diverso e la soluzione opposta.

Già all’ inizio del secolo scorso Charles Peguy rilevava come la fine della civiltà rurale costituisse l’ evento più significativo della storia umana dopo la nascita di Cristo. Oggi, trascorse altre 3/4 generazioni, i nipoti inurbati hanno perduto persino la memoria dei loro nonni e degli avi che vissero nelle campagne e delle campagne, sovente praticando la caccia, i più abbienti, o l’ uccellagione gli altri .

L’ umanità, specie nel nostro mondo occidentale, ha quindi ormai cambiato definitivamente il proprio principale habitat; la vita nei campi ed il contatto quotidiano con la natura sono divenuti eccezione; si portano i bimbi in campagna in gita scolastica a visitare le fattorie didattiche, visto che il loro destino è ormai quello di nascere, vivere e morire in contesti artificiali, ovvero in città costruite, dove anche i rari alberi sono viale o parco e non bosco o foresta. Non si tratta di rispolverare i miti settecenteschi del buon selvaggio di Rousseau, o le nostalgie ottocentesche per il selvaggio vagabondare di Thoreau, quanto piuttosto di prendere atto che il cambio dell’habitat ha ormai determinato anche un mutamento antropologico. Di tale mutamento, una delle più evidenti espressioni e’ proprio la crescente perdita di quei sentimenti ancestrali che avevamo prima sempre conservato ed evoluto , in altre parole della memoria atavica della nostra specie. Non stupisce pertanto , che nel giro di pochissime generazioni , siano sempre più le persone , totalmente incapaci di orientarsi in qualsiasi contesto naturale, per le quali attività come la caccia,la pesca, il raccogliere funghi o erbe spontanee, nulla più dicono, ai quali nessuno spettacolo naturale induce stupore e meraviglia , o per i quali semplicemente non esiste più nulla di sacro o di trascendente.

Eppure se questo accade ai più, esso non accade o non accade ancora a tutti. Esistono uomini, talora giovani uomini e giovani donne, ancora sensibili al “richiamo della foresta “ o almeno a quello della montagna o anche solo della vita in campagna ; che si alzano prima dell’alba, che sanno camminare, talvolta fino allo sfinimento, o aspettare, talvolta per intere giornate, immersi nel cuore di ambienti naturali incontaminati, per cacciare, pescare o raccogliere funghi .

Ed allora perché lo fanno, o meglio perché continuano a farlo?

Non certo per uno scopo pratico visto che il mercato offre loro con ben minor spesa e senza fatica lo stesso, spesso magro, bottino, che riservano loro intere giornate . Non certo per il piacere di predare , visto che l’ uomo non ha gli istinti del lupo, se non, secondo Hobbes, verso i suoi simili .

L’ unica ragione possibile è che quegli uomini e quelle donne, per ragioni genetiche, ambientali o casuali che non siamo in grado di ricostruire, non hanno perduto come i più la memoria ancestrale della specie, quando l’ uomo era ancora cacciatore – raccoglitore e sentono nelle giornate che riescono a dedicare a queste attività, qualcosa, o almeno l’eco di un qualcosa che i nostri progenitori sentivano quando per sopravvivere praticavano,agli albori dell’ umanità, le medesime attività.

Roberto Calasso ,nel suo libro “ Il cacciatore celeste “ ha dimostrato come fu la caccia e solo la caccia , quello che sottraendo una sola ed unica specie erbivora alla sua naturale destinazione di preda , ne avviò l’ uscita dalla catena alimentare, e conseguentemente l’ evoluzione psichica e lo sviluppo sociale.

Non a caso, osservava Calasso, tanti miti sacri delle più antiche e diverse civiltà rimandano alla caccia, proprio perché non immemori del suo rilievo fondamentale e fondativo.

Si deve peraltro riconoscere che In molti paesi europei si è conservato fino ai giorni nostri il rispetto per la caccia, per le sue tradizioni e per i cacciatori ed è socialmente condiviso il principio, recepito nel diritto comunitario, per cui la caccia, se correttamente regolata, non solo è compatibile con gli ecosistemi ,ma può indurre effetti positivi superiori ,a quelli negativi connessi al prelievo venatorio ,sulle stesse popolazioni di specie cacciabili.

Ho potuto personalmente costatare come , sui sentieri delle montagne dell’Austria, gli escursionisti che incontrano un cacciatore gli rivolgono sempre il tradizionale amichevole saluto :” Weidmannsheil”, saluto ben diverso da quello che molti escursionisti rivolgono sui nostri monti ai malcapitati cacciatori che li incontrano .

Così, nel nostro paese, anche il dibattito sulla caccia esula sistematicamente da riferimenti culturali o scientifici o anche solo pragmatici, ed è affidato ad argomenti meramente ideologici . Tanto più che le correnti animaliste si fanno sempre più aggressive ed intolleranti, fino a sfociare, come acutamente rilevato da Chantal Delsol , in forme di neo- paganesimo verso gli animali ,specie da compagnia, oggetto ormai di lasciti testamentari e monumenti funebri . In quest’ ottica ,l’amore per gli animali ,  presuppone di porli al medesimo livello, talora persino ad un livello superiore, rispetto agli uomini e comporta necessariamente odio per i cacciatori e per la caccia.

Non importa che l’abolizione della caccia presupponga , per quanto esposto in precedenza, ’amnesia della nostra stessa umanità e la disapplicazione proprio verso la specie umana del pur venerato principio di bio diversità; l’ idea abolizionista alza costantemente ,come in questi giorni, la voce .

E pur tuttavia , ad onta di tanta acrimonia e disprezzo , qualcuno ,quorum ego , come avrebbe detto Gianni Brera ,continuerà ad andare , per monti , per campi e per lagune , sulle tracce di Suo padre e di Suo nonno , accompagnato dalla piccola mano di un nipote che ,senza capirne il perché, sentirà e sentirà per sempre , l’ eccitazione e la incomparabile sublime bellezza di quell’andare.